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foto Carlo Carletti
 
Negli ultimi anni, si è assistito ad uno stravolgimento nelle tendenze della fotografia matrimoniale. Iniziamo innanzi tutto col dire che mai, come prima, adesso si riconosce un’ autorevolezza artistica alle foto di matrimonio e di conseguenza il fotografo come artista. Fino agli anni novanta la fotografia matrimoniale, tranne casi sporadici, era sostanzialmente esclusa dalla sfera dell’arte e il fotografo “di paese” o “di piazza” era considerato una sorta di artigiano della fotografia che si limitava a documentare le feste e le cerimonie locali. Certo è che tale visione, in un certo senso positiva, difficilmente poteva dirigersi verso un riconoscimento ulteriore visti i risultati di taluni che, spinti da velleità artistiche, spesso proponevano veri e propri paradossi dell’immagine con bizzarrie di colori, luci, improbabili composizioni e grotteschi fotomontaggi. Come dire la fotocamera, gli attrezzi sono importanti ma quello che conta è il manico. E il manico, cioè il fotografo, di matrimonio nella fattispecie ha sonnecchiato per anni, sguazzando in una serenità dovuta ai bei tempi, tempi in cui chi lavorava meno fotografava a 20 o 30 matrimoni all’anno, poi è arrivato il digitale. E allora? Che succede? Tutti fotografi basta avere una reflex? In un certo senso sì, nell’altro no. Ogni mezzo tecnologico che si diffonde, come è sempre stato nella storia di ogni tempo, porta con se lati positivi e certi negativi. Partiamo da quelli negativi: Nascono i velleitari per definizione, che travolti da tutorial, riviste, recensioni, megapixel e supertele obiettivi finiscono per pensare che avendo speso 10.000 euro in attrezzature ed essendo riusciti a fotografare la luna, quasi fin dentro i crateri, quindi in un certo senso esserci stati, possono dirsi a tutti gli effetti e senza alcun dubbio alcuno: fotografi….anzi Photographer. Intendiamoci, non ce l’ho con costoro, il negativo qui sta nell’assoluta divinizzazione della tecnologia, nella convinzione che se hai la Ferrari sai guidare, beh non è così, ritorniamo al discorso del manico. Altro aspetto negativo: c’è mio cugino che è bravo. Ecco tutti quanti abbiamo un cugino con la fotocamera che magari, per carità è veramente bravo e quindi può tranquillamente documentare un evento anche con una certa qualità. Per questo problema, che poi sarebbe quello della concorrenza sleale, possiamo suddividere la colpa in tre porzioni: una è del cugino, che non dovrebbe accettare per correttezza e lasciare il lavoro ad un professionista; l’altra è della committente che allo stesso modo dovrebbe rivolgersi, per correttezza, ad un professionista; la terza porzione, quella maggiore, va ai fotografi professionisti. Perché? perché se qualcuno propone il lavoro ad un prezzo più basso e la qualità di questo lavoro non è inferiore a quella che propone il professionista due domande deve farsele: sto lavorando bene? Riescono i miei lavori convincere la gente che la spesa in più corrisponde veramente ad un servizio ed una qualità finale del prodotto che la giustifichino? Detto ciò passiamo a quanto di positivo ha portato la fotografia digitale nel campo del wedding: A mio avviso c’è stata prima una crisi, in cui si è continuato sostanzialmente a fotografare allo stesso modo, poi di pari passo alla diffusione delle reflex digitali è cresciuta la consapevolezza che si poteva osare di più. Allora molti ragazzi si sono avvicinati alla fotografia, molti professionisti hanno capito le potenzialità del digitale e sono corsi ai ripari aggiornandosi su quanto vi fosse attorno, cioè l’utilizzo di programmi di fotosviluppo e fotoritocco. Tutto ciò, assieme alla possibilità di mostrare il proprio lavoro su internet e, in generale sui social, ha accresciuto enormemente la concorrenza e chi era rimasto sonnecchiante ha dovuto svegliarsi e mettere a correre o rimanere definitivamente dormiente. Una concorrenza così violenta e soprattutto slegata alla territorialità, visto che si possono tranquillamente “sfogliare” le foto di un fotografo che sta anche a migliaia di chilometri di distanza, ha determinato una crescita della qualità complessiva ma anche una consapevolezza maggiore da parte dei committenti, i quali, spesso non avevano nemmeno immaginato che le foto di un battesimo o di un matrimonio potessero avere una qualità compositiva così elevata.
 
Foto: Mauro Ranzato
foto  Mauro Ranzato
 
Da ciò è stato un calare della classica fotografia da cerimonia e hanno preso piede soprattutto due tendenze: la fotografia che io chiamo USA style che si rifà al reportage in stile americano, con sentori vintage; la fotografia autoriale, che assorbe sempre dal reportage ma con riferimento alla fotografia con la F maiuscola, quella dei grandi maestri della fotografia. Il matrimonio “USA style”: qui è necessaria la collaborazione degli sposi, lo stile prevalente è quel Shabby Chic che dall’Ighilterra si diffonde negli USA negli anni 80, parliamo di addobbi e fiori soprattutto ma anche di abiti per le damigelle e arredi temporanei, tutto rigorosamente retrò e un po’ country, dominano il bianco, il rosa e il celeste. In questo quadro la fotografia non può e non deve essere in contrasto, quindi il reportage racconta di un tempo passato, di paesaggi un po’ british, di giardini ottocenteschi. Tutto ciò si sposa perfettamente con l’usanza, anch’essa contemporanea di sposarsi all’aperto e festeggiare in vecchie ville o bagli restaurati, insomma: la parola d’ordine è vintage. Lo sono le foto, o lo sembrano almeno, lo sono le pose, molto semplici e romantiche. Per qualche anno si andrà avanti così. Le foto d’autore: La fotografia d’autore, per definizione, non segue uno stile preciso, qui il fotografo ha scelto un percorso personale che però non lo distacca dai maestri che hanno fatto la storia della Fotografia ma ve lo inserisce di diritto, questo non lo isola ma anzi lo eleva tra coloro che possono essere considerati artisti, attenzione a saperli riconoscere. In Italia, a mio modestissimo parere e assieme a tanti altri, possiamo considerare tali Mauro Ranzato e Carlo Carletti. Cito testualmente quanto scritto da Mosè Franchi su Carlo Carletti: “Carlo Carletti è un fotografo di matrimoni. L’affermazione, concisa ed esaustiva, non restituisce integralmente l’idea dei valori in gioco. Il nostro, per quanto “addetto ai lavori” del wedding, è stato in grado di restituire in Italia alla fotografia un percorso culturale e d’immagine tutto proprio: dall’approccio, sino al linguaggio tuttora in evoluzione … Da buon neo realista (c’è anche un po’ di questo nel Carletti fotografo), non ha mai rinnegato un’origine “amatoriale”, come tutti i grandi che l’hanno preceduto; il che gli ha concesso un’enorme curiosità e una spiccata lucidità per attendere quell’istante già visto e quindi fatto proprio. La sua propensione narrativa risiede pertanto nell’attesa, nella capacità d’immergersi nel teatro del soggetto, nel vedere senza intrudere, nell’aggiungere alla visione oggettiva la giusta porzione di complessità: dove gli elementi sono tutti connotanti e coerenti con il contenuto. Carlo Carletti è un fotografo di matrimoni: ora possiamo comprenderlo maggiormente, perché delle cerimonie lui è un narratore, come per tutte le cose della vita. Non solo, del matrimonio ne è un autore, essendo in grado di apporre una firma riconoscibile e consapevole ai lavori che si appresta a svolgere. All’attivo ha un libro a tema e anche delle personali: lavori mostrati perché richiesti da quella committenza che di solito chiama artisti, reporter, concettuali, paesaggisti e via dicendo. L’esperienza, la longevità, la carriera (che pure esistono), da sole non bastano a suffragare un senso di appartenenza, perché Carlo ha portato i Matrimoni tra i soggetti disponibili, nella fotografia possibile, a disposizione di quanti vogliano guardare e intraprendere percorsi similari. Si tratta di un regalo (grazie) fatto alla fotografa in genere ed anche agli interpreti dell’arte: distratti (è dir poco) da un’artigianalità provinciale, spesso affrontata per mancanza d’idee. A guardare le sue immagini (dalla stampa sublime, diciamolo!) si ha quasi l’impressione di affrontare un grande viaggio ai confini dello sguardo, dove erano soliti operare Bresson, Doisneau, Bressai, Kertez: fotografi in grado di comprendere il quando e il come, aspettando quell’istante già visto e quindi immediatamente vero. “La fotografia abituò gli occhi ad aspettare ciò che debbono vedere, e dunque a vederlo”, così diceva Paul Valery a cento anni dalla nascita della fotografia. Carlo Carletti è in grado di farlo, oggi, con le fotografie di matrimonio. Anche questo è un merito. Il più grande.”.